Giovanni Legrenzi

Giovanni Legrenzi, Eteocle e Polinice (1675)

Giovanni Legrenzi
Civico museo bibliografico musicale, Bologna
Anonimo – XVIII secolo

Eteocle e Polinice (Venezia, 1675)

Partitura manoscritta; microfilmatura su nostra richiesta; I-Nc, Rari: 32.3, 33.
Il Libretto Eteocle e Polinice, musicato da Giovanni Legrenzi e rappresentato al Teatro San Salvatore nella prima edizione veneziana del 1675, stampato appresso Francesco Nicolini, con licenza de’ superiori e privilegio, presenta un’introduzione composta in primo luogo da una dedica a Nobilissime Dame, poi da un avviso A chi legge e infine da un Argomento.
La dedica è una convenzionale captatio benevolentiae di un alto patrocinio per il lavoro che sta per essere messo in scena.
Essa torna pressoché invariata sia nell’edizione milanese del libretto1 che in quella modenese2, con solo l’ovvia sostituzione del destinatario.
A Milano è rivolta a Donna Catarina della Zarda e Fox, a Modena all’altezza serenissima del duca Francesco II.
Ai magnanimi e illustri protettori il libretto si raccomanda per l’elevato rango della materia trattata: la regalità intrecciata con gli accidenti di Amore, quali competono a chi possiede o aspira al trono.
Per sviluppare questo dramma del Potere e dell’Amore viene scelto un episodio del mito tebano che già Racine, facendone oggetto della sua prima tragedia Thébaïde, ou les frères ennemis, aveva definito nel 1664 le sujet le plus tragique de l’antiquité… l’histoire d’Oedipe et de sa malheureuse famille3, indicandone la chiave di lettura in una dimensione storico-leggendaria più che propriamente mitica.
Il libretto, che dipenda o meno direttamente dalla formulazione raciniana, non si sottrae a questa suggestione prospettica, come si evince in primo luogo dall’ambientazione delle scene, che nel catalogo tipologico delle décorations4 rientrano nella tipologia di quelle volte a complettere al dramma storico la necessaria maestosa solennità.
L’impostazione genera povertà di azione5: i personaggi sono statici e il ritmo è lento perché tocca alla Storia entrare con la forza del (si chiami) Fato, Sorte, decreto del Cielo, nel destino degli uomini guidandoli per misteriosi cammini o all’abisso della sventura o allo scioglimento delle loro pene.
Gli uomini nulla possono: feroci e ardenti passioni li posseggono o li assalgono all’improvviso, vedono segni di trionfo là dove non c’è che atroce presagio di sconfitta e sono costretti ad aspettare, impotenti, lo scatto esterno che ridistribuisca le parti e rinnovi lo schieramento sulla scacchiera della vita.

La trama e i personaggi

Polinice, figlio di Edipo, vuole il regno di Tebe ma Eteocle, suo fratello glielo nega, nonostante i patti intercorsi tra di loro per un avvicendamento annuale dopo la morte del loro padre Edipo.
Allora Polinice, sposo nel frattempo di Argia, figlia di Adrasto, re degli Argivi, muove contro Eteocle con l’aiuto del suocero e di Tideo, fidanzato a Deifile, principessa guerriera, sorella di Argia. Di Tideo è innamorata Antigona, sorella di Eteocle e Polinice, cui Tideo ha promesso un tempo le nozze.
Tutti i personaggi, tranne Polinice, che ha un rapporto privilegiato con Adrasto, e Deifile, che ha un’antagonista in Eteocle, sono affiancati da un servitore-confidente: Eteocle da Cleante, Tideo da Eurillo, Argia da Silena, Antigona da Arbante.
La legge del diletto, la sola che il librettista riconosca, lo induce a scegliere il lieto fine, disposto a violare per questa anche le regole insegnate dagli autori, cioè meno cripticamente, le unità aristoteliche di tempo e luogo. Ma la decrittazione è facile.
Ciò dovrebbe indurre a vaghezza e amenità la musica di Legrenzi.
Il compito è arduo: il Nostro saccheggia la tradizione delle fanciulle guerriere devote a Marte e ostili ad Afrodite, dalla Camilla di virgiliana memoria su su fino alla ben più recente Clorinda tassesca per far scattare, con qualche ritardo6 in verità ma ciò dovrebbe acuire la suspense, il coup de foudre di Eteocle per Deifile pensando così che il gioco sia fatto: i fili del Potere e dell’Amore si sono chiusi ma l’impasse permane.

Anche Antigona che esce en travesti da Tebe per arrivare al campo argivo, spinta dall’amore per Tideo, ha il suo precedente in Tasso: è un’Erminia in minore che però non finisce tra i pastori, ma langue e si dispera consentendo ad Argia di soffrire vieppiù del suo amore geloso e possessivo.
Eteocle è ricalcato sul personaggio senecano del tiranno mostruoso e sanguinario ma poiché è destinato al riscatto finale la sua ferocia è tutta verbale e il suo furor non si concreta sulla scena in nessuno di quegli atti definitivi che lo porrebbero al di fuori dei confini dell’umano come succede ai suoi omologhi della tragedia latina.
Tideo ha più le connotazioni del Messaggero che quelle dell’eroe: fa da connettivo tra assedianti e assediati. Di fatto la donna a lui promessa è prigioniera dentro Tebe, mentre colei che lo ama è fuori ed egli ondeggia tra le due senza che lo scontro amore-onore si imponga con un chiaro gesto di scelta.
Da ultimo Adrasto ed Edipo: sono entrambi la voce della Storia che si incarica di dare un senso al vano affannarsi degli uomini e di guidarli, ma solo qui, nella finzione teatrale, nel porto del diletto.

Le fonti

Non ripercorreremo qui tutte le fonti del mito tebano. Ci limiteremo a un confronto con la Tebaide di Stazio, esplicitamente indicata dal librettista nell’Argomento come spunto della materia trattata.
Si sa che dietro Stazio c’è una lunga serie di greci (Omero, Pindaro, Eschilo, Euripide, Antimaco di Colofone) e almeno un latino (Seneca) che hanno focalizzato il loro interesse sulla vicenda dei Lagidi.

Caratteristica costante della tradizione è la totale preclusione a una catarsi finale perché la stirpe maledetta di Edipo non può che spegnersi nel sangue e nell’orrore del fratricidio reciproco.
Stazio sceglie l’argomento per la sua epica proprio per questo7: esso risponde alla «cupa, desolata visione della vita dominante nel periodo del silenzio imposto dalla tirannide domizianea: l’orrido succedersi di colpe ripugnanti8» è l’effetto eclatante del dominio del male che si è imposto nel mondo.
Tisifone, la furia, incarnazione della forza malefica e selvaggiamente imperante del fato, presiede agli eventi e li gestisce, lasciandovi l’impronta del sangue inespiabile e il marciume di occhi strappati brano a brano per non vedere ciò che l’occhio umano non può reggere.

Kylix-Edipo

Rilievo di Edipo e la sfinge – IV secolo a.C.

La folle brama del potere e lo strazio che da essa si genera cementa i fatti della Tebaide in un grumo orroroso di morte, cannibalismo, ferocia senza pari.
Persino la pietas di Adrasto diventa elemento negativo perché è strumento attuativo della propria e della altrui sventura.
Il furor domina ovunque, nelle più riposte pieghe della terribile vicenda e contro di esso nulla può anche chi tende al bene, chi è fuori dal controllo delle forze del male.
Queste hanno una potenza sovrumana e impediscono qualunque uscita dall’imperium che hanno conquistato nel mondo.
Ai protagonisti sono consentite solo esitazioni, mai veri conflitti interiori: tutti accelerano, più o meno consapevolmente, la rovina finale.
Solo Edipo, marito, padre, fratello mostruoso, può passare dalla maledizione9 che genera la guerra fratricida al pianto straziante sui cadaveri dei figli10 ma egli è ormai fuori gioco perché ha visto ciò che un uomo non dovrebbe mai vedere.

Edipo è Οιδιπους, il piede sapiente e il piede marcio, il bipede dell’indovinello scaltro proposto dalla Sfinge, votato alla rovina perché nodo di una contraddizione insanabile.
Il Nostro librettista, se mai ha conosciuto direttamente la Tebaide staziana, ha ben colto la fiera potenza che muove gli umani destini nel caos puntinato della storia, ma ha preferito concludere sostituendo al bieco volto di Tisifone quello più rassicurante dell’Amore e della concordia, rovesciando ciò che nell’epos staziano la furia portava a compimento.

Così la legge del diletto può trionfare ed Edipo da ombra gigantesca e inquietante dell’umana condizione diviene il fantasma innocuo che trasmette dai beati Elisi il già scritto nei decreti del Cielo. E così ci viene anticipato che l’esito del caos sarà vago e ameno: basta aspettare la fine del dramma.

Notes:

  1. 1684.
  2. 1690.
  3. Citato da Mercedes Viale Ferrero: La tipologia delle scene per alcune opere musicate da Legrenzi e il catalogo tipologico delle «Décorations» stabilito da Claude-François Ménestrier, in G. Legrenzi e la Cappella ducale di S. Marco, Atti dei Convegni internazionali, Venezia, Clusone, 1990 Olschki, Firenze, 1994; Quaderni della Rivista Musicale Italiana di Musicologia – Società Italiana di Musicologia, N. 29.
  4. Analizzate da Mercedes Viale ferreo, op. cit. p. 424 e sg.
  5. N. Dubowy, ‘Avezzo a cose studiate e sode’, op. cit. p. 465.
  6. Atto II, scena II.
  7. A. Traglia, G. Aricò: Opere di Papinio Stazio, UTET, Torino, 1980 p. 27.
  8. A. Traglia, G. Aricò. Op. cit. p. 28.
  9. P. Venini: Studi Staziani, Pavia, 1971.
  10. P. Stazio: Tebaide, XI, p. 671 e sg.